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06/07/2010
Da Caffè Europa
La società della cura. Economia e welfare dopo il crollo di wall street
Intervista a Tiziano Treu di Lucilla Guidi

 
“Per superare la crisi non basta aggiustare singoli pezzi del meccanismo economico e sociale, occorre cambiare mentalità, sostituire l’attuale paradigma. E’ necessario congedare l’individualismo assolutizzato, capovolgendo il postulato di un certo liberismo à la ‘greed is good’”. Questa è la diagnosi del giuslavorista e senatore Tiziano Treu, autore, insieme all’epistemologo e senatore Mauro Ceruti, del saggio edito da Laterza Organizzare l’altruismo, globalizzazione e welfare.

Il testo non solo analizza le trasformazioni subite nell’era dell’interdipendenza globale dalle categorie politiche e sociali moderne, indagando i processi di frammentazione e chiusura che hanno prodotto rispettivamente la crisi dell’ ‘io’ e del ‘noi’, ma disegna anche una prospettiva politica, sociale ed economica a lungo termine, possibile piattaforma di una forza politica riformista che voglia declinarsi al presente.

“Greed is good”, il motto di Gordon Gekko in Wall Street, film cult dei ruggenti anni ’80, restituisce in una battuta il senso del racconto neoliberista e in qualche modo indica dove rivolgere lo sguardo. “Abbiamo immesso nel meccanismo economico elementi che hanno privilegiato l’ingordigia e la rendita; per questo ci troviamo di fronte a una crisi in un momento che, al contrario, riserverebbe grandi potenzialità di crescita”. “Questo egoismo – afferma Treu- non solo crea disuguaglianze e lede la coesione sociale ma è anche la causa di un’economia speculativa, a breve termine”.

Eppure anche l’altruismo sembra suggerire un’azione a breve termine, appunto un ‘gesto’ di altruismo. Come si concilia con la progettualità necessaria a qualsiasi organizzazione? Come si fa a organizzare l’altruismo?

Organizzare l’altruismo significa introdurre nel sistema economico elementi di collaborazione, giochi a somma positiva, che non seguano cioè la logica: “vinco io, perdi tu”. In fondo, è questo il significato più serio di economia sociale di mercato. Le analisi dei premi nobel Joseph Stiglitz e Paul Krugman, del gruppo di economisti guidati da Jean Paul Fitoussi in Francia dimostrano che un modello fondato sul mero arricchirsi individualistico rende incontrollabili i meccanismi economici. Oltre al PIL, si tratta di introdurre obiettivi non materiali e prestare attenzione allo sviluppo umano. Questo è un cambiamento di fondo nell’organizzazione economica.

Nel libro afferma che “nella società dell’incertezza e del rischio le tradizionali funzioni del welfare – distributive, risarcitorie e correlate a rischi specifici del lavoratore – sono inadeguate”. Come ripensare il welfare nella situazione attuale?

Innanzitutto facendo attenzione al fatto che la frammentazione del mondo del lavoro implica la disgregazione delle stesse identità personali. La flessibilità corrode il carattere delle persone, come ha mostrato il sociologo Richard Sennett. Far fronte alla crisi del lavoro significa perciò confrontarsi con la crisi antropologica che investe l’ ’uomo flessibile’.

Il welfare è uno strumento utile in questo senso?

Se vogliamo che lo sia dobbiamo rovesciarne l’impostazione. Il welfare che ha tenuto insieme il patto sociale del secolo scorso, basato sul lavoratore fordista subordinato, estraniato dai luoghi decisionali, non basta più. Tutelare i rischi standard del lavoratore è stato fondamentale ma non è più sufficiente.

Quale nuovo modello introdurre?

Innanzitutto occorre un approccio universalista. Sono i bisogni delle persone, nelle varie dimensioni ed età della vita, dall’infanzia alla vecchiaia, a dover essere presi in considerazione. Il welfare non può essere più fondato sul maschio, adulto, capofamiglia. E’ necessario un welfare universale e generazionale. Oltre a un cambiamento di scala ci vuole però anche un mutamento di natura.

In cosa consiste questa trasformazione?

Si tratta di far sì che il welfare non sia più di natura risarcitoria, tutela nei momenti di collasso economico e costo da tagliare in tempi di crisi. Occorre, piuttosto, che sia in grado di mobiliare le risorse delle persone diventando una componente essenziale del modello di crescita.

Quali sarebbero gli effetti positivi dell’introduzione di questo modello?

Il caso della Danimarca dimostra che una popolazione con alta scolarizzazione, soggetta a formazione continua, rassicurata nel caso di cambiamenti e trasformazioni produttive, impegnata sul piano civile oltre che su quello economico, guarda al futuro con fiducia. In Italia, un welfare carente - dal quale sono tagliati fuori proprio i lavoratori precari che dovrebbero esserne i primi destinatari - genera paura, disorientamento e reazioni populiste. La posta in gioco nel cambiamento del welfare è fondamentale, è l’unica via d’uscita.

Questa riformulazione del welfare implica anche la ridefinizione di una delle nozioni chiave della sinistra: l’uguaglianza.

Questo è un punto che noi, come sinistra italiana, abbiamo approfondito in maniera insufficiente. Ritengo che si debba andare oltre sia all’uguaglianza elementare, distributiva e materiale, sia all’idea di uguaglianza come garanzia di pari opportunità di partenza.

Perché? E in che modo?

L’uguaglianza quantitativa e materiale è un’idea statica, in base alla quale la crescita economica riguarda soltanto i ceti abbienti mentre tutti gli altri devono accontentarsi di un egualitarismo al ribasso, di ‘quattro soldi uguali per tutti’. L’uguaglianza come garanzia di pari opportunità di partenza invece è una formula tanto diffusa quanto inadeguata e fittizia.

Da quale punto di vista?

In tutti i momenti della vita si creano condizioni di disparità. Le analisi di Amartya Sen dimostrano che non basta ricevere, da bambini, lo stesso ‘zainetto’ per avere pari opportunità nell’intero corso dell’esistenza. E’ un’idea illusoria. La politica, la società, l’economia devono sostenere opportunità di crescita lungo tutta la vicenda umana. Questo meccanismo virtuoso accenderebbe il motore della vita comune, in grado di colmare le attuali diseguaglianze. Occorre costruire una “società della cura”, in cui non ci siano solo legami strumentali fra welfare ed economia ma di reciproca e costante interazione.

Questo modello economico e di welfare quale idea di individuo porta con sé?

Sviluppo umano significa sviluppo delle persone, intese non solo come individui ma come parti di un corpo sociale che loro stesse animano. In un mondo strettamente interdipendente il compito politico e sociale più urgente è recuperare le relazioni tra gli individui, il carattere ‘relazionale’ dell’individuo in quanto tale.
 
 

 

 

 
 
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