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25/06/2010
da Europa
Il voto di Pomigliano
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| Il seguito del voto di Pomigliano rischia di essere altrettanto tormentato delle sue premesse. La presa di posizione della Fiat lo conferma. Abbandonare Pomigliano sembra, per ora, escluso. Aprirebbe scenari impensabili in un area già colpita duramente dalla disoccupazione e da un grave deterioramento del tessuto sociale. Impegnare lo stabilimento su altre produzioni di auto evita queste conseguenze drammatiche e può riaprire la partita in modo da tenere conto dell’esito del referendum, ma non risolve tutti i problemi. La Fiat dice di voler trattare solo con chi ha detto si al referendum, ma non può trascurare il 36,5% di no.
Un coinvolgimento della Fiom va tentato per quanto difficile. Da parte dei meccanici della Cgil e della Confederazione si esclude il sabotaggio dell’accordo, ma questo non basta.
E’ necessario, per tutti, contrastare le anomalie, assenteismo in primis, tollerate per troppo tempo. Anche i commentatori più benevoli pongono questo problema (sia pure ex post). Più in generale bisogna garantire che il piano di rilancio funzioni e quindi che la produttività regga il confronto (non solo con la Polonia, ma con la Germania e con la Francia). I modi per garantire la competitività possono essere discussi: una sperimentazione dell’accordo potrebbe indicare se non siano possibili varianti, specie sulle pause e sulle modalità dei turni che sono fra le condizioni più dure dell’intesa. Ricercare vie sostenibili della competitività è una sfida importante per la qualità delle Relazioni industriali non solo a Pomigliano. Altre aziende italiane ed europee sono riuscite a vincerla senza gli stress di Pomigliano.
Ma la sostenibilità non ha niente a che fare con gli abusi. Gli eccessi di assenteismo vanno combattuti da un sindacato responsabile. Se tutti si impegnano a farlo si disinnesca una delle clausole più controverse dell’accordo, quella sul non pagamento dell’integrazione di malattia a tutti i dipendenti, anche ai non colpevoli. E si può ratificarne la inutilità.
Altrettanto vale per un'altra clausola, ancora più delicata perché prevede sanzioni in caso di comportamenti contrastanti con gli impegni assunti dalle parti, compreso lo sciopero.
Una sfida difficile, come quella di rilanciare Pomigliano, quale che sia la produzione futura, richiede che si rispettino rigorosamente gli obiettivi concordati e che si evitino comportamenti contrari, compreso lo sciopero. Impegnarsi in tal senso non è una violazione del diritto di sciopero è una autolimitazione concordata in vista di un obiettivo comune.
Come tutti i diritti, anche lo sciopero può essere limitato nel suo esercizio, sia dal legislatore, sia per accordo sindacale.
D’altra parte clausole di tregua sindacale adottate in altri ordinamenti, che riconoscono costituzionalmente il diritto di sciopero, sono state proposte in passato anche in Italia, sia pure in casi limitati, dato il carattere tradizionalmente conflittuale delle nostre Relazioni industriali. E così sono stati posti limiti in via di autoregolamentazione all’esercizio dello sciopero nei servizi essenziali.
Il contesto attuale richiede più partecipazione e meno conflitto per affrontare la competizione internazionale. Una gestione corretta dell’accordo di Pomigliano deve garantire che simile clausole di tregua siano proporzionate agli impegni concordati e non diventino uno strumento “repressivo”: ma richiede che tutti si impegnino a rispettarle. Per questo l’accordo ha previsto una procedura fra le parti per risolvere le eventuali controversie applicative: e anche qui si dovrebbe tentare il coinvolgimento di tutti, compresa la Fiom.
Da come si affronteranno questi problemi dipende il futuro dell’azienda, non solo dell’accordo. Le parti hanno una responsabilità diretta. Ma il governo non può stare a guardare, né tanto meno forzare il senso dell’accordo. Il nuovo modello delle Relazioni industriali non può essere basato sul peggioramento delle condizioni di lavoro e sulle rotture sindacali. Deve ispirarsi alle migliori pratiche europee che mostrano il successo di relazioni di lavoro partecipative capaci di garantire, anche nella crisi, il rispetto dei diritti, condizioni di lavoro civili e salari che riconoscano una compartecipazione dei lavoratori ai risultati della produttività.
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