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07/03/2010
L'Eco di Bergamo
Treu (Pd): l’arbitrato? Lo vogliamo tutti ma così è un attacco ai lavoratori
 
«L’arbitrato lo vogliamo tutti, ma non così». È netto il commento di Tiziano Treu – senatore del Pd, membro della Commissione lavoro e previdenza e studioso del diritto del lavoro, oltre che padre della prima flessibilità del lavoro in versione soft – sul disegno di legge Sacconi. «Dicono che lo abbiamo scoperto solo oggi, ma non è così. Sono anni che ne parliamo, anche se fino adesso – lo ammetto – c’è stata una grossa diffidenza». Lei sostiene che l’arbitrato va introdotto. «Certo, esiste in tutti i Paesi dell’Occidente, a cominciare dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Il problema è come lo si fa». E il disegno di legge Sacconi non va bene? «No, perché stabilisce che gli arbitri possono giudicare in equità. È una formula che significa che hanno carta bianca, senza limiti, nella totale indifferenza rispetto alla legislazione del lavoro. L’arbitro decide secondo la sua idea di equità, un concetto assolutamente generico. È come dire che tutti i diritti del lavoro possono essere superati da un arbitro ». Non basta il senso di equità della persona designata come arbitro? «No, perché ci sono delle leggi fondamentali da rispettare. Altrimenti passiamo sopra un secolo di dottrina del lavoro. Un arbitro non può stabilire per equità che se anche un dipendente ha lavorato venti ore al giorno va bene lo stesso o che le ferie può anche non farle, perché c’è una legge che lo vieta. Tutto il diritto del lavoro ha stabilito dei limiti». Un’altra obiezione è che il ricorso all’arbitrato da parte del dipendente viene deciso al momento dell’assunzione. Vorrebbe dire che in caso di licenziamento il lavoratore si trova chiusa la strada dal giudice del lavoro. E questo non è proprio una garanzia. Che ne pensa? «Ci mancherebbe altro. Sarebbe contrario alla Costituzione, che sancisce il diritto di tutti di ricorrere a un giudice. Ma la norma è sbagliata, anche se l’arbitrato venisse scelto volontariamente dopo il licenziamento e non all’atto dell’assunzione». E perché? «Perché non è possibile rinunciare ai propri diritti, anche se volontariamente. Tutto il diritto del lavoro di un secolo è costruito per proteggere il lavoratore. Anche da se stesso. È un discorso di principio. Se poi l’arbitrato ti viene imposto nel momento dell’assunzione, peggio ancora. Ma, ripeto, anche se io lo scegliessi liberamente sarebbe un errore». Si è detto da parte di esponenti del governo che Marco Biagi avrebbe plaudito a questa riforma. «Questo è disdicevole. Biagi ha tutto il nostro rispetto, ma non possiamo giustificare una legge nel nome del giuslavorista, a distanza di otto anni dalla sua scomparsa». Ma allora come andrebbe fatto l’arbitrato? «Ci sono due piste per arrivare a quequesta formula. La prima è quella collettiva, attraverso l’accordo fra le parti, che va bene, purché nel rispetto delle leggi e dei principi. Mi auguro che gli imprenditori responsabili accettino di fissare questi paletti. C’è poi la strada individuale, che non va bene, perché il lavoratore è più debole e meno tutelato, magari senza esserne consapevole». Il ministro Sacconi ha parlato di autentico riformismo, quello che fu del socialista Filippo Turati. «Ma guardi che l’arbitrato, ripeto, lo vogliamo tutti. Il padre dello Statuto dei lavoratori Gino Giugni scisse un articolo nel 1958 a suo favore. Anch’io ne ho scritti parecchi e al tempo della mia esperienza negli Stati Uniti ho fatto anche parte degli arbitrati. Di solito gli arbitri conoscono meglio la materia dei giudici, soprattutto i contratti collettivi, che possono essere interpretati. Negli Stati uniti ci sono arbitri esperti nel settore dei metalmeccanici davvero inarrivabili. Ma deve essere sempre un meccanismo facoltativo e soprattutto non può essere un mandato in bianco. L’arbitro deve attenersi alle regole e alle leggi sul lavoro. Non si tratta di applicare le leggi, ma i contratti collettivi. In quel caso sì che un arbitro che conosce il settore può decidere con più libertà e competenza. Lì, sì, che ha la massima libertà. Ma quando si tratta di violare l’articolo 18 sui licenziamenti o la normativa sulle ferie, allora non ci siamo: quelle leggi le deve rispettare».

Francesco Anfossi
 
 

 

 

 
 
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