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03/12/2009
Roma
RIFORMARE LE PARTITE IVA L'ex ministro Treu ci scrive: Quattro urgenze su cui intervenire
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Il popolo delle partite IVA, dei professionisti senza ordini, stanno (finalmente) attraendo l’attenzione della stampa, ne ha parlato soprattutto il corriere della Sera, con le inchieste di Dario Di Vico. E’ importante occuparsene perché questi lavoratori sono tanti: oltre otto milioni, giuridicamente autonomi ma spesso economicamente deboli. Sono poco visibili e per questo indifesi dai rischi della precarietà, della mancanza di lavoro e della insufficienza di reddito. La debolezza di questi lavoratori è precedente alla crisi ma è oggi aggravata. Tanto più che le difficoltà economiche spingono molte imprese a forzare i lavoratori precari ad aprire finte partite IVA (restando legati alla sola committenza della stessa impresa).
Si corre il rischio di trasformare quella che può essere una risorsa di lavoro qualificato in una sorta di opzione -rifugio, disperdendo risorse preziose per la nostra economia. La gran parte di questi lavoratori sono professionisti che possono svolgere un ruolo chiave a sostegno del sistema; soprattutto per il tessuto delle piccole imprese cui sono in grado di dare servizi di assistenza e consulenza in campi cruciali per lo sviluppo (dall’informatica, alla finanza, al marketing, alla ricerca).
E’ importante che questo ruolo sia valorizzato dalle imprese e dalle istituzioni non solo per il bene di tanti giovani, ma per far riprendere la nostra economia. La ripresa ha bisogno di innovazione e quindi di intelligenze e di energie nuove.
Finora la politica se n’è occupata troppo poco. Il centro sinistra per bocca di Dario Franceschini ha fatto autocritica per il passato e indicato proposte utili a tutelare questi lavoratori autonomi. Il centro destra ha fatto solo promesse, sia per questi professionisti, ritardando la approvazione di ddl da tempo giacenti in parlamento, sia
per il lavoro autonomo in genere. Tanto è vero che il disagio dei lavoratori autonomi e dei piccoli artigiani del Nord si è espresso in proteste del tutto inusuali, specie nei confronti di un governo (ritenuto) amico.
Propongo alla riflessione alcune aree di possibile intervento che sono state avanzate anche dalla stampa, ma ancora trascurate nel dibattito politico.
La prima urgenza è di dare sostegno immediato a questi lavoratori di fronte alle conseguenze della crisi. Non si tratta di estendere loro gli stessi ammortizzatori sociali validi per i dipendenti e per i parasubordinati, perché i loro bisogni sono diversi.
Occorre pensare a forme di sostegno “aperto” che i singoli possano utilizzare entro tempi definiti, nei modi migliori per reagire alle loro specifiche difficoltà: per sostenere il reddito in caso di mancanza di “commesse”, ma anche per riposizionarsi sul mercato, con i necessari aggiornamenti professionali e se del caso riorganizzando il business o avviandone uno nuovo. Serve una specie di dote sia in denaro, anche sotto forma di prestiti, sia in servizi (consulenze e assistenza alla riconversione, al marketing) sia in strumenti di lavoro e di ricerca.
Un intervento di natura fiscale dovrebbe comprendere la revisione degli studi di settore ed eventualmente dell’IRAP. Di questo si discute già, ma con riguardo alle imprese tradizionali per cui questi strumenti sono stati costruiti. Invece servono anche qui soluzioni che tengano conto dei caratteri di questi professionisti (quasi) imprenditori: cioè del fatto che essi usano per lo più strumenti immateriali (e non fisici) e svolgono un lavoro prevalentemente intellettuale.
Le regole delle pensioni vanno adeguate per tutti, e in particolare per questi lavoratori autonomi. Con l’attuale sistema contributivo le partite Iva sono destinate ad avere pensioni insufficienti, spesso inferiori a quelle “sociali”, con l’aggravante che essi pagano più contributi degli altri lavoratori autonomi. E’ una situazione negativa per loro e per la collettività perché rischia di causare una fuga di massa dal sistema. Occorre prevedere una armonizzazione progressiva dei contributi fra i vari tipi di lavori autonomo (in questo senso c’è un ddl promosso dal sen. Ichino e da me) e in prospettiva anche con il lavoro dipendente (ma non con il livello attuale del 33% di contribuzione).
Per garantire prestazioni adeguate, va inoltre prevista una pensione di base fiscalizzata valida per tutti, che integri e sostenga le pensioni contributive. Anche qui ci sono proposte bipartisan (come quelle dell’on. Cazzola e mia).
Infine serve uno statuto del lavoro autonomo che integri lo statuto dei lavori atipici da tempo (inutilmente) in cantiere. I contenuti dovrebbero comprendere alcune tutele proprie storicamente del lavoro subordinato tipico e in parte estese al lavoro parasubordinato: quelle in caso di malattia, infortunio, gravidanza. Ma dovrebbe estendere anche gli assegni familiari. Non si vede perché debbano essere riservati ai soli dipendenti. Lo statuto dovrebbe inoltre prevedere garanzie verso i committenti-clienti, simili a quelli a suo tempo previste a tutela dei subfornitori: forma scritta per i contratti, tempi certi per la riscossione dei crediti, sanzioni per i ritardi e gli inadempimenti, eventuali moratorie dei debiti in caso di difficoltà specifiche, percorsi non vessatori per il ricorso al credito.
Si tratta di strade da approfondire coinvolgendo tutti gli stakeholders, a cominciare dalle associazioni degli stessi interessati. Alcune di queste, come il coordinamento delle libere associazioni professionali (COLAP), sono rappresentative e aspettano da troppo tempo un segno di riconoscimento.
Tiziano Treu
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