Il caso di Pomigliano è emblematico delle sfide della modernità. E’ una sfida per i problemi che pone, non solo dentro la fabbrica. Anzi considerare solo la situazione di quegli operai è insufficiente: la questione dei diritti in questo frangente storico non si identifica con quella degli operai di Pomigliano perché la sfida va oltre, la loro condizione specifica; è più ampia sul piano economico e più profonda perché tocca l’intero spettro delle relazioni sociali e umane. Inoltre il caso di Pomigliano è una sfida, ma non è un modello di risposta alla sfida. Non lo è per le situazioni anomale della fabbrica né per il modo con cui è stato condotto, dall’azienda e dal governo (per la sua assenza).
Le sfide della modernità investono direttamente il mondo del lavoro e le relazioni sindacali perché qui si determinano condizioni essenziali per la competitività delle imprese e per i modi con cui affrontarle. Le relazioni sindacali del 900 sono state costruite in un contesto stabile di progresso economico prevedibile, fra interlocutori definiti e sono state sostenute da un welfare state favorevole. Così esse hanno potuto negoziare restando largamente estranee alle condizioni della produzione.
Ora le pressioni competitive e la turbolenza dei mercati, l’interdipendenza fra i fattori produttivi hanno alterato il quadro economico; lo hanno reso imprevedibile e spesso ostile. Il sindacato non può più restare estraneo ai problemi dell’impresa, alle sue decisioni e alle condizioni della sua competitività.
Per questo deve farsi coinvolgere e pretendere di essere coinvolto dalle imprese, offrendo loro scambi utili, e contribuendo ad affrontare la competizione globale, e quindi a salvaguardare l’occupazione e le condizioni di lavoro. Le relazioni industriali devono diventare più partecipative, per motivi non contingenti ma strutturali, se vogliono essere ancora utili ai lavoratori e alle imprese. Questa è la sfida della partecipazione, di cui ha parlato Bersani alla recente Assemblea di Varese e più specificatamente la relazione di Franceschini qui a Cortona.
Non va dimenticato che la sfida della modernità investe non solo le relazioni industriali ma anche le istituzioni economiche e politiche in generale. Esse sono state costruite nel 900 su presupposti che sono cambiati e sono state sostenute dal compromesso sociale fra sindacati e partiti progressisti, lo stesso compromesso che ha fondato il “welfare”. La rottura di questo compromesso ha alterato in profondità (non nei dettagli) il quadro economico e politico, e quindi richiede risposte nuove di discontinuità.
Le risposte dei partiti progressisti in Europa sono state diverse e parziali. Per lo più sono state sottovalutate, o non sono state contrastate a sufficienza, le spinte privatistiche e individualistiche diffuse anche nel mondo del lavoro, gli effetti perversi, non solo economici ma personali, della flessibilità non regolata (la corrosione del carattere di cui parla Sennet), l’indebolimento della coesione sociale e la perdita di controllo dell’economia, specie finanziaria. Sono significative le vicende del New labour di Blair. Esso ha introdotto riforme utili per la liberalizzazione dei mercati, ma, pur mantenendo un welfare attivo e diffuso, non ha saputo evitare le speculazioni della finanza sregolata né il crescere delle diseguaglianze. Ora la Gran Bretagna sta subendo la pena del contrappasso del governo conservatore che attiva tagli al welfare quali neppure la Thatcher aveva pensato di proporre (anche perché la crescita di allora continuava a garantire risorse pubbliche e private). Ma Cameron ha risparmiato la scuola e la ricerca e non ha fatto i tagli lineari come il nostro governo.
Alle attuali pressioni della competizione globale non si può rispondere arroccandosi in chiusure protezionistiche. Non basta neppure limitarsi a difendere le roccaforti della classe operaia e le sue tradizioni, compresi gli istituti e diritti sindacali del passato.
Le ricette vetero socialiste non bastano più, perché, come ha rilevato Schiavone, il lavoro non si aggrega e non si autoprotegge più come nella grande fabbrica del fordismo. Per difendere e valorizzare il lavoro, tutti i lavori, vecchi e nuovi, occorre intervenire nei meccanismi fondamentali del sistema economico e sociale ereditato del Secolo scorso: che hanno prodotto una crescita squilibrata e insostenibile, assetti produttivi riduttivi delle potenzialità del lavoro, diseguaglianze nel reddito e nelle opportunità. Se non si interviene a correggere questi meccanismi i rimedi non colgono il segno e i sacrifici richiesti a lavoratori e cittadini rischiano di essere inutili.
Per questo serve una discontinuità agli orientamenti delle politiche economiche e sociali, cioè come riconoscono autorevoli premi Nobel, un cambiamento di paradigma. Gli indirizzi dell’economia non si possono limitare a interventi di liberalizzazione e neppure di migliore regolazione. Le politiche pubbliche hanno un compito più ampio, di favorire un funzionamento dei mercati utile a perseguire obiettivi di interesse generale: di sviluppo equilibrato e non speculativo, misurato non solo sull’aumento del Pil ma su indicatori più ampi di benessere sociale.
In questo quadro vanno misurate le politiche industriali quelle per l’educazione, per l’innovazione e per l’occupazione. Cioè sui pilastri fondamentali di un’azione pubblica rinnovata che l’inerzia pluriennale del nostro governo ha dimenticato. Spetta a noi rimetterli al centro dei nostri obiettivi.
Le implicazioni sono molteplici, richiedono di cambinare la qualità della crescita con l’equità nella distribuzione della ricchezza, quindi con il contrasto delle situazioni di monopolio e di rendita, e con la valorizzazione di tutti i lavori come fonte di progresso economico e civile. Le proposte del PD alle recenti assemblee sul lavoro e sul fisco sono primi passi in questa direzione.
Si tratta inoltre di riequilibrare la allocazione delle risorse fra la produzione di privati e di beni sociali, a cominciare da educazione, ricerca e welfare.
Un riorientamento fondamentale è necessario anche per le politiche di welfare. Finchè gli istituti di welfare restano concentrati su trasferimenti monetari a favore di settori specifici che assorbono grandi risorse (si pensi alle pensioni e alle invalidità) continueranno a essere considerato come capitoli di spesa da ridurre, specie in periodi di crisi.
Per questo noi sosteniamo, come ha ribadito Dario Franceschini, un welfare universale, comprensivo di uno zoccolo sociale per tutti i lavori e capace di attivare le persone. Così concepito esso non è una spesa pubblica qualunque ma una risorsa collettiva, un motore dello sviluppo umano e sociale. Lo dimostra l’esperienza dei paesi nordici e della Germania, che ha saputo mantenere alta competitività, alta occupazione e un welfare universale (che ora anche la destra evita di smantellare).
La questione dei costi esiste, ma si può risolvere. Per questo occorrerà selezionare gli interventi. Le attuali casse in deroga sono nocive perché clientelari, e finiranno per costare moltissimo senza dare certezze e diritti. Si dovranno ricollocare risorse dai capitoli tradizionali (pensioni) ad aree nuove (famiglia, cura). Il welfare universale “allarga” la fruizione effettiva dei diritti sociali.
E’ importante ampliare la nostra concezione dei diritti, per comprendervi i diritti di cittadinanza come ha ricordato Schiavone. Questi riguardano un ampio spettro di situazioni, sancito ora anche dalla Costituzione europea: il diritto alla libertà e alla privacy, alla salute, all’educazione, all’assistenza, all’ambiente, alla partecipazione sociale e politica.
Il loro riconoscimento è essenziale per valorizzare la presenza delle persone nella comunità e nella società e per rafforzare lo spirito civico, così carente nel nostro paese. Molti di questi diritti spettano alle persone come tali, non solo ai cittadini.
Ma tale ampliamento di orizzonte di diritti di cittadinanza non esclude la specificità dei diritti sociali, che sono riferiti ai bisogni e alle aspettative dei lavoratori, di tutti i lavoratori. E’ questo lo zoccolo sociale di cui ha parlato Dario e che anche l’Europa si sta impegnando a riconoscere come risposta alla gravità della crisi. La specificità delle condizioni del lavoro nelle sue varie forme va riconosciuta e tutelata, perché attorno ad essa si aggregano ancora interessi e azioni comuni che costituiscono la ricchezza della società alimentano la vitalità dei sui corpi intermedi e la sussidiarietà.
In questo quadro complessivo vanno viste, come ho già detto, anche le sfide alle condizioni di lavoro nelle fabbriche. Solo un contesto di economia più equilibrata e innovativa, permette di affrontare tali sfide senza dover subire il ricatto di scambiare occupazione con diritti. Solo una competitività basata su innovazione e qualità può evitare soluzioni al ribasso, nelle condizioni di lavoro e nei diritti.
Questo tipo di competitività nell’attuale situazione di turbolenza e incertezza industriale richiede la partecipazione di tutti, a cominciare dai lavoratori dell’impresa. L’impresa è il primo luogo della partecipazione perché in essa si situa il primo fronte della sfida della competizione globale. Così si doveva affrontare anche la situazione di Pomigliano. La sfida andava colta come hanno fatto Cisl e Uil; ma l’esito sarebbe stato diverso se l’azienda avesse ricercato più convintamente il coinvolgimento di tutti, compresa la Fiom. Sfide competitive simili sono state affrontate da altre aziende italiane con esiti positivi, senza traumi, in una logica partecipativa. Per questo noi riteniamo che queste sfide vadano colte, ma nel quadro di relazioni di lavoro partecipative con politiche manageriali innovative e trasparenti e con regole chiare che definiscano le responsabilità delle parti (compresa la rappresentatività sindacale e le modalità di composizione degli eventuali dissensi fra sindacati).
Le forme della partecipazione sono diverse, come si vede dalle esperienze europee: dalla cogestione tedesca, alla partecipazione dei lavoratori nei consigli di sorveglianza, alle forme di consultazione mista e di informazione già diffuse nel nostro ordinamento, alla partecipazione agli utili e all’azionariato dei lavoratori; queste sono forme partecipative utilizzabili anche dalle Pmi dove non ci sono consigli di gestione e di sorveglianza. Tutte queste forme sono riconducibili al’art. 46 della nostra Costituzione, una norma finora dimenticata, ma più che mai attuale e che può fondare un modello italiano di partecipazione. In tale direzione si muovono i ddl presentati al senato, anche da me, che trovano consensi nel sindacato (unitariamente) e in parte della maggioranza, ma non ancora nella Confindustria.
Al di là delle forme, la scelta della partecipazione indica un cambio di asse nei rapporti fra lavoro e impresa. Comporta non solo il superamento delle pratiche conflittuali “di classe” e della contrattazione esclusivamente rivendicativa. Implica l’adozione di un criterio di collaborazione fra le parti per il raggiungimento di obiettivi comuni, il miglioramento della qualità competitiva e delle condizioni di lavoro (non escludendo la presenza di interessi diversi e quindi del conflitto nello scambio distributivo). Implica un arricchimento del contenuto e del senso dei rapporti di lavoro: scambio non solo più fra posto di lavoro e retribuzione (che non sono più fissi come un tempo), ma fra lavoro responsabile e coinvolto e salario legato ai contributi forniti all’impresa.
La scelta partecipativa non si limita all’impresa ma si può estendere alle istituzioni del mercato del lavoro, della formazione professionale e della previdenza. Gli esempi non mancano nella esperienza italiana compresa quella degli enti bilaterali. Nei paesi nordici tali forme partecipative sono molto sviluppate e hanno contribuito a fidelizzare i lavoratori, vecchi e nuovi, al sindacato e quindi a sostenerne l’autorevolezza e la presenza.
La presenza di valori e politiche partecipative non solo nell’impresa ma nel tessuto economico e sociale costituisce un tratto essenziale di quell’economia sociale di mercato, che ha contribuito in maniera significativa alla stabilità del modello tedesco e alla coesione sociale che ne ha sancito il successo. Questo elemento di stabilità e coesione è invece mancato nei modelli anglosassoni e non è stato valorizzato neppure dalla politica laburista; e già si è rivelato un fattore di fragilità sociale ed economica.
La formula dell’economia sociale è oggi più che mai attuale per orientare i meccanismi di funzionamento nell’impresa e nell’economia. Significa che le logiche economiche e dell’impresa non sono autosufficienti ma vanno corrette alla stregua di criteri diversi ispirati alla socialità e alla partecipazione (come ho ampiamente analizzato nel volume scritto con il collega Mauro Ceruti “Organizzare l’altruismo”). |