ROMA
10/11/2008
“Politiche attive per il lavoro”
 A cura di Tiziano Treu


La centralità del lavoro è un punto fondamentale della visione e della politica del PD. Lo abbiamo sostenuto in campagna elettorale in alcune proposte programmatiche precise. Nei mesi successivi abbiamo arricchito in modo organico queste proposte. Ora le stiamo  sottoponendo a un ampio confronto con le parti sociali e con i nostri aderenti per farle diventare patrimonio condiviso nel partito e nel paese. Il presente volume, che raccoglie le principali proposte, intende contribuire a tale obiettivo di confronto e arricchimento.
  1. Contrastare le politiche depressive del governo.
Le nostre proposte partono da una diagnosi preoccupante dell’attuale situazione economica e sociale e da una critica netta alle politiche del governo. La gravità della situazione deriva dal combinarsi di una crisi internazionale, finanziaria ed economica, di una dimensione senza precedenti e di una manovra del governo pesantemente depressiva. Come abbiamo già denunciato più volte, anche nel dibattito parlamentare il governo ha imboccato una strada che aggrava invece di ridurre la crisi.
Mentre si richiama lo spettro della crisi del 1929 si dimentica che per uscirne sono state necessarie politiche espansive, e il New Deal;  invece di intervenire in questo senso il governo fa esattamente l’opposto. Taglia indiscriminatamente le spese senza criteri che identifichino aree di spreco e tutelino invece settori essenziali come l’istruzione e le forze dell’ordine (contro la declamata preoccupazione del governo per la sicurezza). Si riducono drasticamente gli investimenti, compresi quelli essenziali per stimolare crescita e produttività.
D’altra parte  non si dà nessun sostegno ai salari, né si prevedono interventi di riequilibrio sul fronte dell’equità. La carenza di interventi strutturali  per lo sviluppo e per il welfare può avere conseguenze gravi in particolare per il mezzogiorno, che come tutte le aree deboli soffre di più nelle situazioni di crisi. Il sud sembra dimenticato nella politica del governo. Si tratta non di riprendere generiche politiche assistenziali o anche di incentivo che si sono dimostrate fallimentari, ma di concentrare le ingenti risorse stanziate dai fondi europei su alcuni obiettivi strategici che creino condizioni di contesto favorevoli alla crescita, quelle che finora sono mancate: grandi infrastrutture selezionate, legalità e giustizia, educazione ( e buona amministrazione).
La riforma annunciata del federalismo può essere preziosa per responsabilizzare anche il sud sull’uso delle risorse, sia quelle dedicate al welfare sia quelle necessarie per lo sviluppo. Ma può essere un’ulteriore fattore di dispersione di risorse e di conflitti fra territori. Il PD è impegnato a lavorare perché il federalismo vada nella prima direzione. Per questo obiettivo è disposto a confrontare le proprie proposte con quelle del governo che sono generiche e inadeguate.
Le stesse previsioni del Dpef mostrano la gravità della politica depressiva del governo sull’andamento della nostra economia, sui salari e sull’occupazione in particolare. Il Dpef prevede che le retribuzioni effettive cresceranno nei prossimi anni del 2%, quindi la metà dell’inflazione; e che l’occupazione aumenterà meno della metà di quanto abbiamo sperimentato negli ultimi anni pure in presenza di bassa crescita. Ma questi dati previsionali sono purtroppo destinati a peggiorare con il precipitare della crisi dell’economia reale, dopo di quella finanziaria. I dati della CIG sono in forte aumento: più 6% nel semestre, pari a oltre 80 milioni di ore. E il numero è destinato ad aumentare per la crisi di molti settori: automobilistico, aereo, della chimica, degli elettrodomestici, della telefonia (Telecom), commercio (per la crisi dei consumi) e della pubblica istruzione, per gli esuberi  provocati dal governo e per l’espulsione dei precari (in totale sono più di 370.000 persone colpite).
  1. Rilanciare la crescita
La nostra risposta alle politiche depressive del governo è netta. Abbiamo sostenuto fin dalla finanziaria 2008 del governo Prodi la necessità di interventi più selettivi sulle spese e di misure a sostegno sia dei salari e delle pensioni sia della produttività del sistema.
Le proposte a sostegno dei salari e pensioni sono esposte nel contributo di Cesare Damiano. Mi concentro qui sulle politiche dell’occupazione e contro la precarietà; entrambe sono rese più urgenti dalla crisi che non solo pregiudica la creazione di nuovi posti di lavoro ma aggrava la precarietà di quelli esistenti.
Per sostenere questo impegno la prima urgenza è rilanciare la crescita e quindi gli investimenti produttivi, perché senza crescita non c’è né occupazione né welfare. E’ quello che stanno facendo anche governi, dalla Francia alla Germania, non convertiti al Keynesismo. Lo stesso Tremonti sembra aver riscoperto le sue virtù. La sessione della nuova finanziaria è l’occasione per dimostrarlo. Deve essere corretta la impostazione depressiva della manovra d’estate, che sta aggravando la crisi in tutto il paese, sia nel Nord sia ancora più nel Mezzogiorno che è gravemente penalizzato dal governo. Allo stesso fine occorre aiutare le imprese a innovare e a internazionalizzarsi. Molte si sono già mosse, ma non tutte, specie le più piccole,  ce la fanno da sole. Si tratta di riprendere i programmi di sostegno alle imprese avviati da Bersani lo scorso anno e di rafforzarli.
  1. Contrastare le precarietà del lavoro
Una seconda necessità è di riprendere il contrasto alla precarietà del lavoro. Il governo Berlusconi sta aggravando la situazione dei lavoratori con misure che riaprono spazi all’illegalità e al precariato. Alcune sono particolarmente gravi: quella che prevede la possibilità di reiterare il contratto a termine oltre i 36 mesi anche sulla base di semplici accordi aziendali; quella che abolisce gli indici di congruità per garantire il rispetto delle regole negli appalti, e la responsabilità dei committenti negli appalti, l’abrogazione della legge del governo Prodi che prevede la nullità delle dimissioni in bianco delle lavoratrici, i tagli alla scuola, che sono gravissimi per il futuro del paese e che penalizzano un settore a forte occupazione femminile, le misure che detassano gli straordinari svolti prevalentemente dagli uomini, così aumentando il gap retributivo fra lavoratori e lavoratrici. Altrettanto preoccupanti sono i segnali di un allentamento dell’impegno sulla sicurezza del lavoro e l’intenzione di indebolire la normativa in materia approvata lo scorso anno dal centrosinistra; sia i propositi di non attuare la normativa che prevede deroghe al pensionamento a favore dei lavori usuranti.
Queste misure del governo vanno contrastate con le nostre proposte, che riprendono e rafforzano gli interventi concordati con le parti sociali nel Protocollo del 23 luglio 2007. Di questo si occupa  il ddl “Contrasto alla precarietà, per un’occupazione stabile” presentato dai Gruppi Parlamentari del PD e riportato di seguito. Esso non solo reintroduce il limite temporale di 36 mesi per i contratti a termine, ma ribadisce la necessità di rendere più conveniente il lavoro a tempo indeterminato rispetto a  quello a termine e prevede misure per rimuovere ostacoli che bloccano la propensione delle imprese ad assumere a tempo indeterminato: allungamento del periodo di prova (per facilitare il test reciproco di gradimento fra impresa e lavoratori), uso modulato del contratto di apprendistato per permettere un ingresso graduale al lavoro con formazione progressiva dei giovani, riduzione dei tempi e dei costi del processo del lavoro che rappresentano gravi oneri specie per le PMI, promozione di conciliazione ed arbitrato (ddl presentato al Senato).
Le nostre proposte prevedono interventi specifici per unificare i diritti e le tutele delle varie forme di lavoro, ora troppo diseguali e ulteriormente frammentate dai recenti interventi del governo: superamento delle forme di collaborazioni (co.co.co e co.co.pro) che coprono rapporti di lavoro subordinato, con la progressiva parificazione degli oneri sociali rispetto a quelli del lavoro standard, estensione modulata dei fondamentali diritti e tutele alle collaborazioni (quelle genuine); ammortizzatori sociali comuni, un salario minimo legale.
La lotta alla precarietà va contrastata non solo nei singoli rapporti di lavoro, ma in generale col sostegno ai lavoratori colpiti dalle crisi aziendali. Per questo occorre che siano finalmente attivati gli ammortizzatori sociali che vanno estesi a tutte le forme di lavoro, anche atipiche. La loro urgenza è resa più immediata dalla crisi che colpisce gravemente anzitutto i precari, ora senza protezione, ma che minaccia anche i lavori stabili. Per questo noi diamo assoluta priorità a una riforma strutturale degli ammortizzatori sociali che superi la CIG in deroga. L’obiettivo è di creare una rete di sicurezza così da rendere tollerabile la flessibilità secondo i migliori esempi di flexicurity europea.
  1. Sostenere l’occupazione.
Un terzo impegno fondamentale per la nostra azione riguarda gli interventi necessari a sostenere l’occupazione, specie dei gruppi meno rappresentati nel mercato del lavoro. Di questi problemi il governo non sembra preoccuparsi: il Libro Verde presentato dal Ministro del welfare non da nessuna risposta. Noi invece abbiamo anche qui proposte precise. Un intervento urgente riguarda la promozione dell’occupazione femminile, da noi molto più bassa degli standard europei, attuata con un insieme organico di misure per la conciliazione fra lavoro e vita personale: asili nido accessibili, congedi parentali meglio retribuiti, part – time volontario, crediti di imposta per le donne che lavorano (ddl V. Franco, E. Letta). Siamo convinti  che sostenere l’occupazione femminile favorisce non solo il benessere e la parità delle donne, ma la stessa natalità, perché donne più sicure e autonome possono scegliere liberamente di fare più figli; e la diffusione del lavoro femminile aiuta l’economia, più di quanto possono fare gli interventi di detassazione degli straordinari..
Un’analoga politica promozionale è necessaria per alzare il tasso di occupazione dei lavoratori anziani, over 55, anch’esso troppo basso. Questi interventi sono particolarmente urgenti nel nostro paese che presenta un rapido invecchiamento della popolazione e un basso tasso di natalità e sono necessari per allargare la nostra base occupazionale anche ai fini pensionistici.
Politiche specifiche sono necessarie per sostenere l’occupazione e l’autonomia dei giovani: potenziamento  degli obblighi/diritti di formazione, da quella di base a quella professionale e continua, potenziamento dei contenuti formativi dell’apprendistato, che deve diventare lo strumento essenziale per la transizione tra scuola e lavoro; fondo per la dotazione di capitale per i giovani (ddl Livi Bacci).
La formazione è una componente centrale delle politiche del lavoro nella società della conoscenza. Per questo noi diamo molta importanza non solo alla formazione di base e all’apprendistato come forma di passaggio dalla scuola al lavoro, ma all’apprendimento per tutto il corso della vita come richiede l’Unione europea. A tal fine riproponiamo, con integrazioni, il ddl approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso dicembre 2007, che contiene norme di sostegno all’apprendimento permanente, per renderla strumento essenziale sia della formazione professionale dei lavoratori sia dello sviluppo della cultura e della cittadinanza attiva. Esso sancisce un diritto della persona alla formazione che va reso concretamente azionabile riconoscendo ai cittadini e alle imprese un sostegno per attivare la formazione di loro scelta, sia con detassazione dei costi, sia utilizzando direttamente le risorse esistenti nei fondi interprofessionali. Le proposte presentate costituiscono un insieme organico che dimostra come noi intendiamo la centralità del lavoro e come sosteniamo la buona occupazione necessaria al nostro paese. Su questi obiettivi si concentrerà l’azione del partito e l’impegno dei gruppi parlamentari nei prossimi mesi.Resta un punto critico, la tutela dei licenziamenti, che viene ritenuto uno dei motivi principali della resistenza delle aziende a ricorrere ai contratti a tempo indeterminato e quindi ad abusare dei contratti a termine: di qui varie proposte di ridurre queste tutele. Fra queste ci sono le ipotesi diversamente configurate di stabilire un contratto unico a tempo indeterminato con tutele progressive che eviti il proliferare di contratti a termine (variante Ichino, Boeri – Garibaldi, Pallini – Leonardi).
Una parte delle esigenze sollevate da queste proposte, di ridurre le resistenze delle imprese ad assumere a tempo indeterminato, si possono soddisfare in altro modo, senza toccare il tema del licenziamento: con l’allungamento del periodo di prova, l’apprendistato graduale, la riduzione dei costi del processo. L’obiettivo generale di armonizzare le condizioni dei vari tipi di lavoro per superare i dualismi del mercato è condiviso ed è sostenuto con le nostre proposte per diversi aspetti centrali: i diritti e le tutele fondamentali, i livelli contributivi per garantire a tutti una pensione equa, gli ammortizzatori sociali di base, il salario minimo. E in questa direzione vogliamo procedere.
Sul punto del licenziamento le proposte prevedono modifiche di entità diversa, minori quelle di Pallini – Leonardi, più incisive quelle di Boeri e Ichino. A queste proposte si possono avanzare varie obiezioni tecniche: e non va sopravalutato il peso della disciplina dei licenziamenti (art. 18), certo molto garantista, nel determinare le difficoltà del nostro mercato del lavoro, che sono strutturali. Ma l’obiezione principale è di opportunità politica: riproporre oggi modifiche che toccano, pur con maggiore o minore incidenza (e anche solo per i neo entranti), l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, creerebbe tensioni sociali gravi e sarebbe incomprensibile ai lavoratori e alle parti sociali (lo stesso governo lo riconosce). Una ipotesi del genere si può considerare in prospettiva; ma per essere praticabile richiederebbe diverse condizioni di contesto; in particolare una buona dinamica economica e occupazionale e una rete di tutele e di sicurezze in grado di ridurre l’impatto personale e sociale dei licenziamenti (quali esistono in altri paesi). Nel nostro paese la principale urgenza è di muoversi verso obiettivi di crescita economica e buona occupazione e sicurezze sociali come vogliamo fare con le nostre proposte, con le priorità che abbiamo indicato, cioè cominciando dal migliorare le condizioni di base di tutti i lavoratori: salariali, di sicurezza e di protezione dalla crisi.
 

 

[Copyright ©2006 Venicemedia.com]