L’accordo di Pomigliano ha sollevato molti interrogativi, non tutti appropriati né sempre affrontati con la dovuta lucidità. Anche la questione se sia un caso anomalo o tipico va impostata con molti distinguo per non essere fuorviante. La situazione di Pomigliano è eccezionale, sia per il contesto ambientale in cui la fabbrica è collocata, che ha creato non poche difficoltà già in anni passati, sia per le anomalie intervenute nella gestione dei rapporti di lavoro, di cui l’assenteismo dilagante è solo la manifestazione più grave.
Ma Pomigliano ha implicazioni generali: pone al sindacato e alle aziende italiane il problema di come affrontare una competizione globale sempre più dura, non solo nel settore auto; con quali condizioni di lavoro, con quale tipo di produttività, ma anche con quali investimenti e innovazioni aziendali.
Affrontare le difficili sfide della competizione globale non significa accettare condizioni di lavoro da “terzo mondo” né sul piano salariale né su quello dei diritti. Chi denuncia l’accordo di Pomigliano come l’apertura di una deriva “cinese” delle nostre relazioni sindacali, fa dell’allarmismo pericoloso. Dimentica che centinaia – migliaia di aziende italiane, anche medie e piccole, competono con successo sui mercati internazionali mantenendo rapporti e condizioni di lavoro da paese civile.
Purtroppo non è così in tutto il panorama industriale italiano, quello più esposto alla pressione competitiva. Molte aziende, specie medio-piccole, non hanno resistito perché poco attrezzate sul piano organizzativo e patrimoniale e della qualità dei prodotti. E la resistenza ad oltranza puntando sul basso costo del lavoro, o magari sull’appoggio del sommerso, non può durare.
Così molte di queste aziende, specie se piccole, sono fallite o hanno de localizzato, spesso “alla chetichella”, senza accordi e senza reazioni. Anche su questo bisognerebbe riflettere, per trarne le dovute conseguenze, cioè per prendere atto che il nostro sistema industriale è fragile e va rafforzato puntando su qualità e innovazione, se si vuol sopravvivere.
A questo fine servono relazioni sindacali responsabili, in cui tutte e due le parti si propongano di collaborare insieme per aumentare la competitività delle nostre imprese, in una logica partecipativa.
Così è avvenuto in Germania, la cui industria sta reggendo bene nella competizione globale, sia perché ha investito in innovazione più della nostra sia perché le relazioni sindacali sono state storicamente improntate alla collaborazione produttivistica (anche legislativamente sostenute dalla normativa sulla cogestione). Queste relazioni sindacali partecipative hanno garantito anche nella crisi il rispetto dei diritti dei lavoratori e salari più alti dei nostri.
Non è detto che la cogestione vada bene in Italia, anche se un sostegno legislativo a qualche forma partecipativa sarebbe utile, ma comunque la strada è quella. In un mondo sempre più difficile e più interdipendente, solo innovando e adottando pratiche di collaborazione fra le parti ai fini di miglioramento competitivo le nostre aziende possono sopravvivere e crescere.
Questo vale in generale non solo in casi di emergenza o di minacciata delocalizzazione. Parti responsabili devono seguire la “via alta” alla competitività a prescindere da pressioni o ricatti, per prevenire le crisi e per superarle. Questo è l’insegnamento che dovremo trarre non solo dal caso FIAT, ma guardando al futuro del nostro sistema produttivo.
Per tornare al caso FIAT, esso è anomalo, o negativo, perché la gestione dei rapporti di lavoro in questa azienda non è stata all’altezza della sfida di garantire l’efficienza della produzione nel rispetto dei diritti, ma anche senza avallare per anni irresponsabilità e abusi come quelli dell’assenteismo. Esistono precedenti purtroppo infausti di un fallimento simile. Prodi ha ricordato in proposito (Corriere del 20 giugno u.s.) il caso dell’Alfa Romeo di Arese, dove in otto anni si sono sprecati denari pubblici per 1484 miliardi di lire, pari 3,5 miliardi di euro odierni. Fu un episodio fra i più tristi della nostra storia industriale.
Nel contesto odierno un caso simile è improponibile per un’azienda come la Fiat, che rischia grosso, nel tormentato scenario mondiale dell’industria dell’auto, come tutte le imprese esposte alla concorrenza. E non è certo correggibile con interventi pubblici. Le tentazioni di supplenze indebite da industria di stato dovrebbero essere definitivamente superate.
Situazioni come quelle di Pomigliano, e allora dell’Alfa Romeo di Arese, segnano una sconfitta per tutti, per i lavoratori, per il sindacato e per l’azienda. Non possiamo rassegnarci che diventino la normalità.
Ora che l’accordo di Pomigliano è fatto occorre garantire che il piano di rilancio funzioni e che la produttività regga il confronto (non solo con la Polonia, ma con la Germania e con la Francia). I modi per garantire la competitività possono essere discussi: una sperimentazione dell’accordo potrebbe indicare se siano possibili varianti, specie sulle pause e sulle modalità dei turni che sono fra le condizioni più dure dell’intesa.
E’da notare che la stessa FIOM si è dichiarata disponibile – sia pure ex post – a discutere senza pregiudizi su questi punti, accettando quindi la necessità di migliorare la produttività. Questo è l’impegno vero di una contrattazione responsabile ed il terreno su cui si può impostare uno scambio positivo fra maggiore produttività /flessibilità e vantaggi retributivi, basati su risultati utili per l‘azienda e per i lavoratori.
Il dibattito si è incentrato molto, troppo, non sul merito delle soluzioni produttive e contrattuali, ma sulle clausole relative alla indennità di malattia e alla tregua degli scioperi.
Anche qui occorre evitare allarmismi e valutazioni ideologiche.
La clausola che autorizza l’azienda a sospendere l’integrazione di malattia nel caso di eccessi di assenteismo è una reazione estrema, ma risponde ad una situazione anomala. In punto di diritto non mi sembra che siano in questione diritti fondamentali. Qui si interviene su un trattamento di malattia, ulteriore a quello legale, stabilito per contratto e che per contratto può essere modificato. Semmai una criticità si presenta quando un accordo del genere, che non migliora i trattamenti in essere ma li riduce, è stipulato non da tutti ma solo da alcuni sindacati. I non firmatari potrebbero dissociarsi. E’ per risolvere le controversie in situazioni del genere che serve una normativa sulla rappresentanza sindacale. Le parti sociali, compresa la Cgil, hanno concordato linee guida nell’accordo 2009, su questo punto sarebbe bene che dessero seguito a tali indicazioni, per evitare interventi legislativi improvvidi.
Più delicata è la clausola dell’accordo che prevede sanzioni nel caso di scioperi lesivi degli impegni assunti dalle parti. E’ delicata perché è in questione il diritto di sciopero. Ma anche il diritto di sciopero è suscettibile di regolazione e di limiti. Lo si è visto nel caso dei servizi pubblici essenziali, dove si sono previsti limiti allo sciopero sia direttamente dal legislatore, sia per accordo sindacale. D’altra parte clausole di tregua sindacale sono adottate in altri ordinamenti (come ancora quello tedesco) democratici e rispettosi dei diritti costituzionali. Il fatto che da noi tali clausole siano state finora poco praticate è un riflesso della impostazione fortemente conflittuale delle nostre relazioni industriali. Ma ribadisco che il contesto attuale richiede più partecipazione fra le parti per affrontare con successo le sfide della competizione globale. Le clausole di tregua richiamano appunto la responsabilità delle parti rispetto a obiettivi concordemente definiti. E’ necessario che esse siano proporzionali, rapportate agli obiettivi, e non diventino uno strumento di interferenza indebita .
Per questo l’accordo di Pomigliano ha previsto una procedura fra le parti per risolvere le controversie nell’applicazione di queste clausole, per evitarne una gestione unilaterale e autoritaria.
I problemi di Pomigliano si risolvono con una piena assunzione di responsabilità delle parti; non solo oggi con la condivisione dell’accordo, e con una sua netta conferma ad opera del referendum, ma anche nella fase di gestione. La gestione è sempre decisiva per la sorte degli accordi, tanto più in un’intesa come questa che presenta condizioni e innovazioni gravose, in tema di turni, orari e straordinari. Dalla capacità di applicare bene questi aspetti dipende la sorte dell’azienda.
L’esito dell’intesa e dell’azienda non è deciso una volta per tutte: la Fiat non potrà non tener conto di come le nuove regole si traducono in pratica, se e quanto permettano una ripresa della competitività della fabbrica, ricercando il coinvolgimento di tutte le parti sindacali, compresa la FIOM. Anche da questo punto di vista la vicenda di Pomigliano rimanda ad una sfida generale: come le parti, soprattutto a livello aziendale, sapranno adeguare la qualità dei loro rapporti alle esigenze della nuova economia e partecipare al raggiungimento di obiettivi comuni. |